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Tutto un calderone? Lo dice Grillo

Molti anni fa, quando avevo i capelli castani, molti chili in meno e ancora litigavo tra diritto privato e diritto del lavoro, si distingueva sempre e comunque tra voto locale, voto cioè amministrativo, e voto politico, voto quindi per l’elezione dei parlamentari e quindi di conseguenza del governo.

Si viveva in una specie di contraddizione: quando si votano le politiche il PCI era sempre penalizzato, il fattore K, il fattore muro di Berlino, impedivano un voto praticato per consapevolezza civica. I cittadini non votavano per scegliere i migliori programmi elettorali, ma semplicemente se finire sotto il blocco sovietico, dove avrebbero patito la fame, oppure il blocco occidentale, dove invece la bambagia e l’opulenza permetteva a tutti di vivere in serenità.

Invece alle amministrative il PCI guadagnava qualche punto e spesso si trovava a governare la famose regioni rosse o semi rosse con buona pace di tutti.

Poi arrivò la cosiddetta seconda repubblica e si pensò che questo fattore fosse stato eliminato. In effetti grazie a uomini come Prodi, l’Italia ha goduto di una certa alternanza di dibattito politico e di idee che giravano per la società civile. Allo stesso tempo però per una serie di fattori probabilmente maturati nella cosiddetta prima repubblica, non avveniva un vero ricambio politico e si finiva per una serie di irrisolte scelte politiche che non portavano a molto, se non a niente.

Il centrodestra più bravo riusciva a concretizzare una serie di risultati elettorali e politiche che gli permetteva di governare l’Italia molto più a lungo del centrosinistra.

Di fatti però non c’era alcun cambiamento significativo e l’Italia godeva ancora di un fattore 2K che bloccava tutta la società civile, ma soprattutto i processi decisionali che avrebbero dovuto guidare l’Italia nell’affrontare le difficoltà che la Storia impone ai popoli.

Tutto questo per dire che oggi questo parametro di differenza tra voto amministrativo e politico è cambiato. Il M5S, grazie ai reggenti eterni, ha mescolato le carte, riuscendo a trovare un minimo comun denominatore tra governanti locali e governanti nazionali.

Il populismo aiuta. Si fa presto a confondere le acque, a fare di tutta un’erba un fascio. Il discorso di Grillo-Casaleggio è semplice quanto diretto ed efficace, ed economico:

sono tutti corrotti e collusi. Non c’è differenza tra un partito e l’altro.

A questo punto è facile lanciare i propri candidati a livello locale, portatori di un atto liberatorio dalla partitocrazia e dai partiti, tutti corrotti. D’altra parte proprio a livello locale la corruzione, il mal governo è misurabile e verificabile con più facilità dai cittadini.

Il PD e FI non hanno compreso questo “claim pubblicitario”, almeno subito, tant’è che ancora oggi le campagne locali non sono coordinate a livello nazionale. Ma perché dovrebbero essere coordinate a livello nazionale? Per il semplice motivo che Beppe-Casaleggio gode di un enorme vantaggio ogni volta che un politico viene gabbato in flagranza di reato, oppure semplicemente governa male.

L’effetto si applica su tutti i politici. Perché ricordiamolo, sono tutti corrotti e in combutta. E’ una trappola mortale. Una mossa sbagliata e il M5S incassa un voto. Sei corrotto a Palermo, i voti vanno a Grillo a Vicenza. E così via.

Onestamente non sembra che i grandi strateghi del PD e di FI lo abbiamo capito, proseguendo nella logica localista. Ogni capo locale opera autonomamente. Se questo garantiva che un politico capace potesse distinguersi dal suo collega incapace di partito di un’altra città, ora il primo soffre della cattiva immagine che gli porta il secondo.

Per ribaltare la situazione soprattutto il PD dovrebbe avere il coraggio di fare cambiamenti pesanti nella struttura partitica e nella catena di comando. Ma ci vuole tanta umiltà e tanta voglia di pensare in modo strategico.

Andrea

 

 

Ma il gesto di Renzi è anti democratico?

La caduta di Letta e le consultazioni iniziate oggi sono un chiaro processo anti democratico? La manovra del PD è così bizzarra o anti democratica? da ieri non si fa altro che deridere il PD del gesto di sfiducia verso il governo guidato dal PD.

Detta così in effetti è una battuta servita su un piatto d’argento. Ma è così strano il gesto di Renzi? Stupisce tanto? A me no. Si è sempre fatto così nella storia parlamentare dell’Italia. Da quando seguo la politica di eventi così ne ho visti tanti. La DC faceva sempre così, litigavano le loro correnti e un governo cadeva per dare spazio a un altro governo guidato da un altro democristiano. Ogni tanto il PSI di Craxi si incuneava e così via fino a tangentopoli.

In realtà c’è un problema insolito e irrisolto del sistema parlamentare italiano che fin ad ora non è stato risolto e si è mentito agli cittadini, talmente ignoranti delle regole democratiche da non accorgersi che oltre alla legge elettorale bisognava cambiare le norme che disciplinano il sistema parlamentare. Di fatti non è scritto da alcuna parte che se un governo non può andare avanti, si debba andare alle elezioni e anzi si debba andare alla camere per la fiducia.

Le regole della prima repubblica non sono mica cambiate. Se dalle consultazioni esce un nome, non c’è alcun motivo di andare a elezioni. Sic et simpliciter. Il Presidente della Repubblica scioglierà le camere solo e solo se dalle consultazioni non uscirà un altro nome a cui affidare il tentativo di andare alle camere e chiedere la fiducia. Se venisse sconfitto o non si trovasse un altro nome, si andrà alle elezioni.

E’ inutile eleggere un vincitore o presunto tale se poi non si cambiano le regole che disciplinano i processi regolatori, i meccanismi di funzionamento e dialogo tra i vari vasi comunicanti dello Stato.

E’ inutile lamentarsi. Renzi legittimamente può tentare di fare un governo, legittimamente può sfiduciare politicamente uno dei suoi e legittimamente può attendersi di essere incaricato se il suo partito e altri gruppi o partiti lo indicano come possibile candidato.

C’è poco da lamentarsi. I cittadini devono pretendere di cambiare le regole se vogliono eventi diversi.

Il caso Boldrini

Il Presidente della Camera è la terza carica dello Stato Italiano. Per molti anni fu di prassi eletto tra le forze di opposizione, poi con la pseudo seconda repubblica si è passati alla elezione di cariche di maggioranza. In realtà il caso Boldrini è frutto di un pasticcio istituzionale.

Eletta secondo la linea tradizionale di cui sopra, in realtà si è trovata a essere esponente dell’opposizione di area SEL. Niente di particolare in realtà. Come già accaduto, i presidenti delle camere hanno sempre dimostrato di essere in grado di separare le proprie appartenenze politiche con la carica istituzionale che impone quel ruolo. A tal punto che casi che sembravano pazzeschi come la Pivetti, si rivelarono estremamente positivi. Fino al punto che la presenza di un ex fascista come Fini non ha generato alcun problema, anzi.

La Boldrini si è trovato in una situazione molto particolare. Non stiamo parlando di una politica di professione, anzi usata da Vendola per dare al suo partito una immagine di competenza e internazionalità, non ha alcun particolare vincolo con SEL. Proviene dall’esperienza internazionale, dove ha ricoperto ruoli importanti, ma al di fuori della politica dei paesi europei. Far parte di organi internazionali extra territoriali come l’Alto Commissariato per i rifugiati politici, non da il senso della partecipazione politica. In realtà si entra in un mondo molto estremo per alcuni versi, ma completamente avulso della realtà fattuale della società di una nazione.

Onestamente anche se all’inizio era contento della sua elezione, da mesi non approvo il suo modo di interpretare il ruolo. Troppo spesso prende posizione, interviene su temi caldi della nostra società senza coltivare quel ruolo equilibrato e riservato che imporrebbe il suo ruolo istituzionale.

Troppo spesso, anzi ormai, costantemente recita il ruolo di prima attrice, come se avesse esigenza di farsi conoscere. Usa il ruolo che ricopre a uso personale, come posizione privilegiata per far conoscere le proprie posizioni politiche.

Non è parte del ruolo istituzionale agire in questo modo. Il Presidente Boldrini dovrebbe scegliere se ricoprire il ruolo istituzionale per cui è stata eletta oppure fare politica. Ma non entrambi. Esempi come Nilde Iotti dovrebbero aiutarla a capire il ruolo, le sue funzioni e i suoi dovere.