Forse la cataegoria con cui sto classificando questo post non è delle più corrette. Parlando di Diaspora dovrei inserirlo sotto il cappello dell’Ebraismo.
Ma credo che parlando anche di nomadismo, di uno stato di continuo vagare, posso estendere la questione al più generico valore della Libertà
La Diaspora è uno stato non voluto di abbandono della propria terra, della propria casa. La terra perciò diventa una casa agognata, desiderata, ma non sempre voluta o meglio neecssariamente da concretizzare.
Pensiamo a quanti ebrei potrebbero tornare in Israele, eppure ormai aiutano questo stato/terra, ma rimangono nelle nazioni di adozione. Oppure quanti percepiscono e preferiscono rimanere in costante esilio, nomadismo, come se questa tensione possa aiutarli a portare avanti una ricerca, una passione/tensione etica, religiosa, emotiva che potrebbe acquietarsi con il ritorno nella propria terra/casa.
Credo che il nomade, volontario o diasporico, abbia però una capacità, una caratteristica, che forse chi non lo è, non può avere: un cuore o meglio una sensazione che la propria casa possa essere più grande, più estesa di quella delimitata dai muri, dalle colline della terra d’origine.
E’ in grado di abbracciare con più falicita, con naturalezza l’ampiezza del Creato.
Il suo orizzonte non è quello che vede, ciò che ha di fronte, ma ciò che la sua immaginazione, anche solo emotiva, può raccogliere, stendere oltre lo spazio.


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