Su TuttoLibri de La Stampa di sabato, una recensione di Bruno Ventavoli sul libro di Imre Kertész Kaddish per il bambino non nato, edito da Feltrinelli, affronta proprio una questione di difficile soluzione. Sempre che ci sia.
Si può fare un figlio dopo la Shoa?
Mi sembra che il nodo dolente della faccenda si possa affrontare in questo modo, considerando anche quando da me scritto proprio sulla reazione dei superstiti dei lager (vedi in questo sito).
Da quale cultura e su quale cultura opera un uomo che progetta, organizza e mette in pratica un fatto come il lager?
Mi sembra evidente che sia la negazione stessa della vita. Voglio impedire che qualcuno viva, voglio impedire che la Vita si rigeneri e tramandi se stessa oltre la persona che sto eliminando.
Il lager è un luogo di morte, la morte è la negazione della vita o anche se fosse un altro luogo dove prosegue un’altra forma di Vita, è evidente che chi opera con il lager, crede nella morte come cesura dell’esistenza stessa. Dopo la morte avrà posto fine, avrà tagliato una vita del foglio che rappresenta la vita stessa. Questo foglio sarà quindi privo di un pezzo, privo di un pezzo di vita.
Cosa si può opporre allora a chi vuole recidere, tagliare, estirpare la Vita stessa?
La Vita. Se non abbraccio la Vita, se mi faccio travolgere dalla cultura del trauma (tale è la cesura della realtà, la morte come cesura della vita), allora sono portatore sano di quella cultura. Sarò anche involontario, forse non riesco più a trovare la forza di reagire, ma ancora una volta la sto dando vinta a chi vuole la cesura.
Il punto è che come si può dire a una persona che è sopravissuta alla Shoa queste parole, in fondo potrà giustamente rispondere: ma tu non hai vissuto questa esperienza. Le tue sono parole.
Per persone che hanno deciso di non procreare, tale era il pessimismo rispetto la Vita, forse va riconosciuto che avendo testimoniato, hanno figliato altro, hanno figliato la memoria, il seme del ricordo come lotta alla cultura della cesura, cultura che colpisce ovunque anche la memoria, il sentimento.
Ma sopratutto non può essere cultura, perché la cultura nella sua stessa parola, implica la Vita e la crescita e la procreazione.
Ognuno figlia qualcosa. Molto bello anche il fatto che la terza persona del verbo è al femminile “a”, dando il senso di eternità alla procreazione: una donna che figlia un’altra, che figlierà un’altra e così via fino al giorno ultimo della vita.
Chi ha progettato il lager non ha seminato, non ha coltivato, non curato la crescita.
Egli ha gettato olio bollente, combatterlo è generare, unire, cucire, coltivare, collaborare, curare.


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