Monthly Archives: December 2006

Happy Hour

Il primo romanzo di Elisabetta Bucciarelli è edito da Mursia dal titolo intrigante Happy Hour. E scrivo intrigante perché ormai questo momento della giornata è diventato il nuovo grande happening socializzate di questo inizio di secolo.

Anche il posto più sfigato e insulso può diventare trendy se riesce a trovare una formula per l’happy hour. Come canta Ligabue, vivere vivere costa la metà quanto costa far finta vivere da star? e questo thriller o giallo all’italiana ci conduce con un discreto spirito ironico nella Milano sempre da bere, ora negli happy hour.

Il libro è molto piacevole da leggere, ricco nel linguaggio e soprattutto nelle informazioni culturali, del mondo del mercato dell’arte e dello spirito con cui vive un collezionista. Ma la trama è debole, l’idea di fondo è molto valida e intrigante, ma solo trattata in superficie.

Il serial killer, perché tale si tratta, è confuso tra droga, assassini “normali” e poco approfondimento. Alla fine della lettura sappiamo poco di lui. D’altra parte sono descritti benissimo tutti gli altri personaggi, vivi, potremmo dire autentici.

Molto probabilmente è un giallo alla rovescia questo libro: piuttosto che dedicare pagine intere al mostro che in qualche modo diventa comunque qualcuno di interessante e affascinante, Elisabetta Bucciarelli preferisce dedicarsi ai buoni o ai normali rispetto a un uomo che non distingue più il reale dalla finzione artistica, dalla creazione vera e propria. Quando si è possessori di un’opera in realtà non se ne è padroni.

Questa forse è il percorso di lettura di questo giallo che ha la capacità e la bellezza di squarciare, come un vero assassino, la solita mediocrità milanese dei soldi e degli affari.

Il consiglio è di togliere la parola “thriller” e scrivere “Omicidi a Milano”.

Stay tuned sul prossimo romanzo di Elisabetta Bucciarelli. L’ispettore Maria Dolores Vergani non può lasciarci senza aver completato la sua collezione di quadri, soprattutto perché la lettera V è incompleta… :-)

Morti bianche e morti annunciate

Ieri è morto un altro lavoratore in un cantiere. L’Abruzzo vanta un numero considerevole di morti bianche, cioè incidenti mortali sul lavoro. Comunque ieri sera durante il Tg regionale il giornalista ha detto “la morte è giunta senza preavviso”.

Ora mi chiedo se quest’uomo si è accorto di cosa ha detto. Doveva forse inviare un telegramma la Morte per annunciare il suo arrivo? Il giornalismo non è frasi a effetto. E’ raccontare e denunciare la Vita.

Babel

Ultima visione del periodo è Babel di Alejandro González Iñárritu. E’ la storia di quattro famiglie in quattro parti del Mondo, le cui storie sono collegate da una serie di eventi drammatici.

Il regista ha smontato, direi anche coraggiosamente, la linea temporale delle storie. Non ci sono più scene “una dopo l’altra” secondo la sequenza e il rispetto dello spazio-tempo. Così un fatto che accade all’inizio del film si aggancerà a un altro che viene raccontato alla fine che si aggancia a qualcosa mostrato a metà film. Per non farci perdere l’orientamento e permetterci di seguire la storia, Iñárritu non usa didascalie, ma riproduce voci, scene che ci ha già mostrato, da un altro punto di vista.

La nostra mente recupererà l’informazione e dirà “ehi, ma questo è successo prima: ecco con chi parlava al telefono X o Y”. L’idea è ottima così come l’esecuzione e la storia. Però Iñárritu si innamora del suo meccanismo, del gioco di montaggio e di sceneggiatura, così il film dura due ore e mezza.

Una durata inutile. Già dopo due ore il film ha raccontato il modo magistrale la storia. La mezz’ora che segue sembra inutile. Il regista perde il contatto con la realtà, dimentica la storia e si innamora del meccanismo. Un brutto errore che rende il film pesante.

Un vero peccato, visto che le prime due ore erano magiche.