Category Archives: Letteratura

Lost – episodio finale

Si discuterà molto su Lost e sul suo episodio finale o meglio sul finale. La stampa americana si è lanciata in diversi commenti, melodrammatico quello del Toronto Sun, più criptico quello del New York Times.  I lettori della CNN hanno commentato a vario titolo il finale: da entusiasti a molto critici, ma in realtà di cosa parliamo?

Lost si è rivelato essere un atto creativo di tipo universale, paragonabile ai romanzi dell’800-900 che venivano scritti in Francia, USA, Gran Bretagna e qualcosina in Italia. I temi trattati sono tutti archetipi dell’uomo: l’amore, la morte, il bene, il male, il destino, la vita… E certamente non possiamo risolvere una così vasta gamma di stati della vita o movimenti, meglio ancora, con un semplice “sono tutti morti”.

Non sono tutti morti, perché Jack ha visto l’aereo decollare prima di morire e poi perché sarebbe un non sense raccontare la storia di Jacob e di MIB… i final credits dove si vedono i resti dell’aereo della Oceanic, sono credits. Certamente da dove tutto è partito, tutto è finito, ma ormai questa è la cifra stilistica della fiction statunitense, che soprattutto nei film ama linkare nel tempo gli eventi di una storia.

Lost è riuscitissimo. La fonte della vita, probabilmente questa era la fonte, ha un suo custode, e quanto di peggiore è nato da lei, è stato sconfitto. Quando si parla di vita e morte, destino e libero arbitrio, beh si scrive sempre qualcosa di interessante. Sono i veri presupposti con cui ci confrontiamo ogni giorno.

Hurley alla fine diventa il custode perché infondo  rispetto a tanti altri era rifiutato dalla vita con la sua proverbiale sfortuna. Ma il tema centrale che rimane sempre e comunque è: qual è il nostro destino? E’ tutto scritto? e il libero arbitrio?

Dante e Benigni

E’ toccato anche a me il rito di andare a sentire Benigni che recita Dante. Parla di rito perché sembra quasi inevitabile se non necessario che si vada in pellegrinaggio a sentirlo parlare del poeta/politico che fece grande il concetto di cultura al servizio dei propri interessi.

Ma comunque due parole su questo evento dobbiamo dirle. Beh prima di tutto lo spettacolo è organizzato in questo modo: una prima mezz’ora di satira politica e poi un’ora e mezza circa di spiegazione rigo per rigo del canto che ha recitato, il V dell’Inferno per la precisione. Poi gli ultimi dieci minuti la lettura mnemonica del canto.

Che dire? La prima mezz’ora era la solita, fritta e rifritta proposta umoristica di Benigni con lo stesso modo, le stesse battute. Niente che non si possa vedere quando è ospite in televisione.  Il resto della serata è una spiegazione, come dicevo, rigo per rigo, come si faceva a scuola veramente pallosa e anche fastidiosa. Per di più Benigni è logorrico e ripetitivo, spesso ripete più e più volte gli stessi concetti, come se avesse di fronte a sè un brando di stupidi.

Due sono però gli ultimi positivi e molto interessanti: alcune sue interpretazioni, o meglio alcune interpretazioni della critica che Benigni spiega, sicuramente non troppo conosciute ai più. E in secondo luogo la sua lettura è veramente bella e naturale. Con il suo accento anti-dizione, con il suo voler, direi anche giustamente, affermare una origine toscana, rende viva una lingua ormai morta. Perché bisogna essere sinceri quanti onesti: la lingua di Dante è morta e non rappresenta neanche per sbaglio, non solo l’italiano che parliamo oggi, quanto anche quello parlato già nel Novecento.

Vale la pena allora andare a sentire Benigni? Beh, direi proprio di no. Un dvd sarà più che sufficiente, dove si potrà eliminare, spero, la satira politica assolutamente stancante e le spiegazioni rigo per rigo di Dante.

Happy Hour

Il primo romanzo di Elisabetta Bucciarelli è edito da Mursia dal titolo intrigante Happy Hour. E scrivo intrigante perché ormai questo momento della giornata è diventato il nuovo grande happening socializzate di questo inizio di secolo.

Anche il posto più sfigato e insulso può diventare trendy se riesce a trovare una formula per l’happy hour. Come canta Ligabue, vivere vivere costa la metà quanto costa far finta vivere da star? e questo thriller o giallo all’italiana ci conduce con un discreto spirito ironico nella Milano sempre da bere, ora negli happy hour.

Il libro è molto piacevole da leggere, ricco nel linguaggio e soprattutto nelle informazioni culturali, del mondo del mercato dell’arte e dello spirito con cui vive un collezionista. Ma la trama è debole, l’idea di fondo è molto valida e intrigante, ma solo trattata in superficie.

Il serial killer, perché tale si tratta, è confuso tra droga, assassini “normali” e poco approfondimento. Alla fine della lettura sappiamo poco di lui. D’altra parte sono descritti benissimo tutti gli altri personaggi, vivi, potremmo dire autentici.

Molto probabilmente è un giallo alla rovescia questo libro: piuttosto che dedicare pagine intere al mostro che in qualche modo diventa comunque qualcuno di interessante e affascinante, Elisabetta Bucciarelli preferisce dedicarsi ai buoni o ai normali rispetto a un uomo che non distingue più il reale dalla finzione artistica, dalla creazione vera e propria. Quando si è possessori di un’opera in realtà non se ne è padroni.

Questa forse è il percorso di lettura di questo giallo che ha la capacità e la bellezza di squarciare, come un vero assassino, la solita mediocrità milanese dei soldi e degli affari.

Il consiglio è di togliere la parola “thriller” e scrivere “Omicidi a Milano”.

Stay tuned sul prossimo romanzo di Elisabetta Bucciarelli. L’ispettore Maria Dolores Vergani non può lasciarci senza aver completato la sua collezione di quadri, soprattutto perché la lettera V è incompleta… :-)