[liberamente ispirato al mondo fantastico del gioco Confrontation]
Meliador si avvicinò e accese un fuco col semplice gesto della mano. Argiban, secondo genito del conte Argi, lucidava l’armatura d’oro rosso che il giorno dopo avrebbe indossato sul suo destriero da guerra. Il mago sorrideva pensando che sarebbe bastato un suo semplice gesto per colpirlo a morte, coloro che sono attaccati alla materia, non riescono a vedere le intricate linee del Potere.
La spada e la lancia erano le loro uniche certezze.
Intorno al fuoco si erano radunati alcune guardie, giovani e poco esperte, anche se, come tutti i combattenti di Alahan, dotati di quella spavalderia o audacia, chiamatela come volete, che gli rendeva sempre pronti alla battaglia. Anche di fronte a i non morti di Acheron, una carica di un troll, beh, c’era una sola possibilità che scappassero…
Per questo Meliador li aveva lì con lui, al suo fianco. Per questa ultima carica, come aveva spiegato a Mirvilis qualche giorno mentre lo aveva salutato. Amico mio, ormai l’età avanza e non penso che sarò così fortunato da godere di una reincarnazione. Sta giungendo il tempo del riposo. Parto per quest’ultima avventura.
Il vecchio amico lo aveva salutato. Che la Luce ti protegga e accechi il nemico.
Argiban ora lucidava lo scudo. Il fiero leone ruggente forgiato avrebbe dovuto proteggerlo,
così come l’armatura, dai colpi del nemico. Avrebbe dovuto spaventare il nemico e farlo fuggire di fronte a tanta possanza. I cavalieri poi erano prima di tutto e ancor prima di qualunque attributo sociale, uomini giusti. Capaci nel profondo del loro cuore di osare cariche incredibili, contro cloni, lupi partoriti dai profondi oscuri delle foreste rosse e draghi.
Come spesso sentenzieva il vecchio musico Ondarn Un Leone è un leone, nel cuore e nell’animo.
E nella lancia concludeva Dragan d’Orianthe con una grassa risata.
Ondarn strigliava il suo cavallo, lo puliva con una spazzola di leggerissime setole che un giorno, molto tempo addietro, gli aveva regalato una giovane elfa Cynwalls.
Nei suoi occhi si leggeva un leggero soffio di emozione quando ripensava alla battaglia di Sankil, un villaggio praticamente sconosciuto a tutti. La notte prima, timoroso, ancora giovane, aveva preferito, alle sbronze intorno al fuoco, una passeggiata al chiaro di luna e, così, quasi per caso o per fortuna o per tutti quegli accadimenti che fanno un uomo o una donan fortunati, aveva incontrato Fani. Così dolce, leggera e feroce, come avrebbe scoperto il giorno dopo il battaglia.
E così si erano amati, raccogliendo nei loro corpi le paure reciproche. Il giorno dopo in battaglia quasi non avevano avuto rivali.
