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L’indignazione sui social media (parte 2)

(La prima puntata leggila qui)

L’indignazione sui social media prosegue giornalmente ormai da tempo. Come abbiamo visto Internet e il Web sono stati utilizzati da sempre per mettere in contatto persone con le stesse idee per opporsi a situazioni non gradite. Va ricordato che per esempio le recenti azioni dei neo-nazisti in Europa sono coordinati attraverso la rete.

La rete è neutra, tutti possono usarla per i loro fini e scopi. Lo sanno bene i militari del Pentagono che avevano pensato e progettato Internet per fini bellici, per poi perderne il controllo.

La caratteristica di neutralità è fondamentale per diversi motivi, alcuni ovvi. Per esempio la facile accessibilità garantita dalle aziende che vendono la connettività (solo nelle università si può accedere in piena libertà dai padroni delle comunicazione) è un aspetto di neutralità. Chiunque può accedere alla rete. Un altro aspetto molto importante è che proprio perché chiunque può accedervi, è sempre più incerta l’attendibilità delle fonti e degli autori.

E’ sempre più frequente leggere sui giornali delle modalità con cui i gruppi neonazisti si organizzano usando internet e il web. Questo primo elemento dovrebbe far sollevare il sospetto o almeno il dubbio su chi sia l’autore di un messaggio quando lo riceviamo. La situazione è che ormai le informazioni che girano sulla rete hanno lo stesso valore che provengano dall’estrema destra, come dalla sinistra, come ad agenzie di comunicazione che controllano le nostre opinioni influenzandole. Vediamo alcune tecniche e casi specifici:

L’uso della immagini
E’ frequente per esempio veder circolare messaggi contenuti in file jpg o comunque in immagine, anche se spesso si trovano delle scritte. Il messaggio è totalmente superficiale in quanto in una immagine è impossibile costruire una informazione sulla base di una serie di dati. Per esempio l’immagine :

questa è palesemente disinformazione. Perché dovremmo boicottare la Coca-Cola? Qual è l’associazione proiettile/bevanda gassata? E’ molto probabile che esistano ottime argomentazioni per boicottare questa azienda come altre, ma perché?

Quest’altra immagine è ancora più ricca di disinformazione (potrebbe anche avere ragione) ma su che basi?   Quali sono le fonti? Perché?

Aiuterebbe capire qual è l’associazione tra aziende che si occupano di cibo come McDonalds e Coca-cola, aziende che si occupano di vari settori del largo consumo come P&G (detersivi, dentifrici, pannolini, etc…), aziende che producono lettori cd, televisori e la difesa militare.

Ancora più interessanti sono le immagini dai gruppi anti vivisezione dove spesso viene fatto un elenco di azienda o marchi responsabili dei test sugli animali, ma raramente si spiega che la legge obbliga i test per basterebbe fare pressione sui politici piuttosto che sulle azienda.

L’aspetto disinformativo è presente anche in vignette umoristiche dove la semplificazione porta inevitabilmente alla totale disinformazione quanto non si possa sospettare una volontaria attività di diffusione e istigazione dell’odio.

Questa immagine per esempio è contraddetta dai fatti stessi, basterebbe leggere un libro di storia o seguire le informazioni sugli armamenti di Hamas o degli Hezbollah per sapere che sulla loro bilancia non ci sono fionde.

L’aspetto antisemita della protesta su internet verrà esaminato in altri interventi, è comunque uno degli aspetti più interessanti del totale sbilanciamento della indignazione. E’ selettiva e diversi argomenti non vengono trattati.

In sintesi
Anche se con i migliori intenti la diffusione di queste immagini non aiuta a una consapevole presa di coscienza dei fenomeni e dei fatti. Rinforza invece una idea di superficialità che fa sospettare l’obiettivo di creare disinformazione e pilotare l’opinione pubblica, sconvolta dalla immagine, verso posizioni necessarie per rinforzare o creare atmosfere “necessarie”.

Vedremo nella prossima puntata come gli articoli spesso pubblicati su siti web dedicati “a raccontare quanto i giornali non raccontano”, sono mal scritti e spesso in mala fede con strane coincidenze e chiare strategie di scrittura.

 

 

Il fattaccio delle navi pacifiste

Proprio queste mattina leggo l’intervento di Obama citato su Repubblica.it. Il presidente degli USA ha, ancora una volta, lanciato un messaggio intelligente, che rischiamo che non sarà colto dalla gara di bel pensiero che da anni sbrodola su questo tema.

Obama sembra abbia detto “Trovare modi migliori per aiutare Gaza”. Ed è da questa riflessione che bisogna partire.

E’ innegabile che Israele poteva fermare le navi e affermare il suo legittimo potere come Stato in modo tale da non mettersi in difficoltà rispetto al resto del Mondo. La questione di Gaza è una gigantesca ipocrisia che coinvolge tutti. Se veramente gli stati arabi e mussulmani dell’area vogliono aiutare i palestinesi di Gaza dovrebbero svolgere attività non anti-israeliane ma cercare di creare una piattaforma socio-economica con Israele tale da ridurre le paure dello stato israeliano rispetto alla sua esistenza e nello stesso tempo soddisfare le esigenze legittime del popolo palestinese.

In realtà nessuno, compresa l’Europa, vuole che l’area si pacifichi, altrimenti si formerebbe una economia così forte e solida, già lo è con lo stato di guerra, tale da rompere gli equilibri economici dell’Occidente e potrebbe generare una nuova superpotenza, più geografica che statale (non tanto Israele quanto Medio Oriente).

Il movimento pacifista invece oggi è oggettivamente il movimento meno utile per realizzare un processo di pace. Troppo condizionato da spinte politico-etniche, nel suo linguaggio usa categorie razziali e tendenti sempre a “rescindere” un rapporto, a impedirne la formazione. La posizione sempre totalmente oltranzista, assolutista (portatori solo loro di valori giusti), determina una difficoltà a dialogare. Sembra che tutte quelle discipline che aiutano a negoziare, capire l’uomo, etc… e che facilitano il dialogo, siano sconosciute. Manca sempre la capacità di ascolto, di comprensione. Esiste sempre e solo la posizione “giusta”, ma pacifista.

Il problema però, dal mio punto di vista, è quello descritto sopra. Ma lo fisso per punti precisi per aiutare:

1. come si diceva nessuno, cioè stati e gran parte delle istituzioni vuole pacificare l’area, per evitare la nascita di un’altra area economicamente forte che potrebbe rompere gli equilibri economici tra occidente e oriente.

2. gran parte della società palestinese è stata addestrata dai vari movimenti politici locali all’uso delle armi da oltre 30 anni, esiste quindi un problema di riconversione sociale (cosa far fare a tutti questi uomini armati in caso di pace) e anche di prospettiva umana, visto che sono stati cresciuti all’odio.

3. la società israeliana ha bisogno di una garanzia di pace, visto che dal 1945 cercano di annientarla. Come detto prima la nascita di una piattaforma socio-economica ma anche politica con tutti gli stati dell’area consentirebbe di superare lo stato di assedio psicologico in cui è la società israeliana.

4. Israele deve riconoscere unilateralmente lo Stato Palestinese in modo che al prossimo lancio di missili di Hamas, sarebbe aggressione secondo il diritto internazionale. Bisognerà gestire le relazioni tra le due entità in questo modo. Essere Stato non vuol dire armare missili da spedire contro i centri abitati, ma spendere soldi per uso civile e non per armi.

Chi la fa… la aspetti…

Dopo che per tanti anni i libri scolastici palestinesi hanno negato e negano l’esistenza dello stato di Israele, ma sicuramente anche qualche stato islamico farà lo stesso, anche Israele ha cominciato a ridisegnare le mappe del suo Stato.

Così Repubblica.it ci segnala la notizia che il Ministero del Turismo israeliano ha rilasciato una mappa dove invece di Cisgiordania si parla di Samaria e Giudea.

Ora va ricordato che mentre lo stato di Israele esiste per legittimità di diritto internazionale, dato giuridico che si è gudagnato anche con il coraggio di dichiarsi Stato anche quando tutti i confinanti lo volevano morto; tecnicamente la Cisgiordania è un pezzo di territorio della Giordania che la stessa ha perso in guerra e rinunciato.

Anche se può sembrare poco delicato il gesto del ministero israeliano, ho l’impressione che sia tecnicamente ineccepibile, mentre quello che viene insegnato nelle scuole palestinesi si chiama “antisemitismo”.

Shalom